PUBBLICITA'
SLEALE SULLA RETE
5
Novembre 2001
I
manuali di "web-marketing" indicano mille promozioni, per
far conoscere il proprio sito internet. Ai vertici di tutte le
operazioni pubblicitarie, c’è l’iscrizione di un dato sito nei
vari motori di ricerca. I quali sono come dei grandi
"vocabolari internet" al cui interno è possibile
ricercare ciò che si vuole, da Dante Alighieri a Alessandro Manzoni,
alle più banali ricette di cucina o agli oroscopi personali.
Quindi, essere inseriti in un motore di ricerca, ad una data voce,
significa avere tanti contatti e tanta pubblicità.
Qui
cominciano le difficoltà. Perché le ricerche dei
"naviganti" sui motori di ricerca sono costantemente rese
difficili dalle strategie di web-marketing attuate dai vari siti. I
quali indicano il maggior numero possibile di parole e di
definizioni nella registrazione del proprio sito. E fanno questo,
per cercare di aumentare al massimo i propri visitatori. Per
esempio, il sito che riesce a contenere le parole "films",
"oroscopo", "dieta", riuscirà a farsi visitare
da chi ricercherà tutte queste voci, anche se il sito in realtà
riguarderà una cosa diversa, come ad esempio il "cucito".
Altre volte, chi cerca un costume da bagno e digita
"bikini", si trova spesso in un sito hard. L’esempio
può far sorridere, ma chi conosce la rete, sa che questi episodi si
verificano tutti i giorni.
Per
aggirare questo ostacolo, molti motori di ricerca non si
"fidano", per così dire, delle definizioni che gli autori
o i proprietari danno al loro web. E, pertanto, classificano i vari
tipi di siti, in base ad un codice invisibile che si chiama "tag"
o anche "mega-tag". Questi ultimi sono dei particolari
codici contenuti nelle pagine HTML (HTML è un linguaggio
informatico per internet) e utilizzati da chi costruisce il sito
web. In pratica le pagine HTML sono come i capitoli di un libro e
ricevono il nome, in base al loro contenuto, per poi essere
assemblate in modo ordinato.
Ma,
anche qui, interviene la fantasia umana. E, pertanto, assegnando ai
codici TAG dei nomi di fantasia, per esempio, Ercole, Spartaco, o
Maciste, si otterrà di richiamare sul proprio sito tutti coloro che
ricercano le storie di uomini forti e muscolosi, anche se –magari-
il sito sarà dedicato –ad esempio- alle lacche per capelli o alle
carrozzine per bambini.
Un
episodio di questo genere ha recentemente impegnato i magistrati. In
particolare, il Tribunale di Roma, con ordinanza del 18.01.01, ha
vietato il comportamento tenuto della ditta Crowe Italia Srl,
compagnia di assicurazioni online, la quale aveva inserito il
marchio "Genertel" nei tag o meta-tag del proprio sito. Il
marchio Genertel era in pratica come un’etichetta nascosta, e
operava come richiamo. Pertanto, digitando "Genertel" su
un motore di ricerca si arrivava, (a quanto risulta dalla cronaca
giudiziaria, s’intende) sul sito di Crowe, la quale veniva così a
godere della notorietà Genertel, sfruttandola a suo favore. Il
Tribunale ha però accolto le tesi della Genertel, e ha vietato l’uso
del marchio altrui, in tag di siti diversi dal proprietario,
evidenziando una sorta di concorrenza sleale, in questo tipo di
operazione.
A
dire il vero, la decisione del tribunale di Roma avrebbe potuto
basarsi anche su altra importante motivazione. In pratica, la
inserendo nel proprio sito, in modo diretto o indiretto, il nome di
un concorrente si viene a creare una forma di pubblicità,
ingannevole e, come tale, vietata dalla legge (D.L. 74 del 1992
articolo 2), secondo la quale per pubblicità ingannevole s’intende,
"qualsiasi pubblicità che in qualche modo, compresa la sua
prestazione, induce in errore o possa indurre in errore le persone
fisiche o giuridiche alla quali è rivolta" (*).

(*)
Nota: l'articolo, scritto da Amedeo Nigra (www.studiolegalenigra.com),
è già stato pubblicato da Libero il 29 Marzo 2001 e viene qui
riproposto per la sua attualità.